Regista e sceneggiatore tra i più noti della nostra cinematografia, Pasquale Festa Campanile pubblica La ragazza di Trieste all’inizio degli Ottanta, ponendosi nel solco di una letteratura “piana”, ruotante attorno al bisogno di raccontare una storia. Il proposito – già esplicitamente dichiarato ne Il corpo (1972) da un altro maestro “spurio”, Alfredo Todisco – è sostenuto da un tesoro tematico in chiaro disequilibrio rispetto alla partitura stilistica, già concepita come piana e disadorna, pronta a diventare soggetto di film. A un primo sguardo, l’opera si presenta come un appassionato romanzo d’amore, ancora una volta giocato sulla differenza d’età, sulla passione travolgente di un uomo alle soglie dell’età adulta. Difficile assodare se l’accensione d’amore per una ventenne possa rappresentare un dono dal cielo o una dannazione perpetua.
La ragazza di Trieste di Festa Campanile tende a una dimensione ibrida, e lo fa attraverso una serie di richiami alla società consumistica, alla psicoanalisi freudiana, sino a edificare un’opera stratificata, infinitamente più complessa della struttura di partenza. La somma di meditazioni intimistiche, i sotterfugi, le fantasie erotiche, tutto contribuisce a un percorso figurativo che allude al contrasto tra istinto e ragione, tra senso del pudore e costrizioni borghesi. Sullo sfondo di una Trieste livida si consuma una storia di turbamenti e inganni, che il regista traspone sullo schermo affidando a Ben Gazzara e Ornella Muti il ruolo di due protagonisti consumati, persi ciascuno nei propri tormenti.