Tracy Chapman la definisce un mormorio, un bisbiglio. La rivoluzione è l’unica che insieme all’amore viene associata a un qualcosa che svolazza nell’aria, che quando arriva non si vede: si sente il suo profumo, il suo richiamo. Come un amore può essere destabilizzante, così la rivoluzione rovescia le nostre sicurezze o, almeno, tenta di farlo. È proprio in questo tentare che risiede sia la sua forza, sia la sua debolezza, traducendosi o in un’auspicata trasformazione o nel fallimento della distruzione.
Le due anime della rivoluzione nella musica
La musica – intesa come lo specchio riflettente delle epoche della storia, con le loro culture, fasi, umori – ha da sempre intrecciato un rapporto significativo con la rivoluzione. Nel tempo se ne è fatta promotrice, prestando la sua voce come cassa di risonanza a un cambiamento avviato precedentemente a livello sociale e culturale. Se ne è fatta, però, anche ideatrice, autrice di nuove espressioni artistiche e musicali. Da una parte, artisti come i cantautori hanno raccontato i fermenti di un’epoca, aggiungendo alle tante voci di dissenso anche la loro e restituendo dei canti che fossero della e per la comunità. Dall’altra, musicisti e compositori hanno incarnato loro stessi la rivoluzione, dando vita a nuovi generi e nuovi stili, in prima istanza musicali e successivamente culturali.